Casa, lavoro. Lavoro, casa. Telegiornale, cena e a letto. La monotona quotidianità che mi ha colpito e che sembrava non voler mai far scorrere il tempo, durante quella che è stata definita la crisi più grande dalla seconda guerra mondiale.
Ogni giorno recarsi a lavoro, autocertificazione alla mano, trovando strade completamente deserte e ascoltando trasmissioni radiofoniche che parlavano di me, di noi dipendenti dei supermercati e che ci chiamavano “eroi”.
L’unica cosa che io riuscivo a pensare invece, era quanto in realtà fossimo fortunati. Uno dei pochi lavori che ci ha permesso di usufruire di una rendita mensile assicurata, che ci ha prontamente messo a disposizione dispositivi di protezione individuali e che ha messo in atto delle norme sanitarie adatte alla protezione del cliente e del lavoratore.
Non ho mai avuto realmente paura per me stesso, l’età e la salute mi tenevano abbastanza al sicuro. Quello che realmente mi ha procurato questa vicenda, è stato un forte senso di ansia. Il rischio di portare la malattia dentro la mia casa, infettando i miei genitori, che a loro volta entravano quotidianamente in contatto con i miei nonni, nessuno di loro autosufficiente e che necessitavano di cure e attenzioni.
Non volevo essere chiamato eroe, quando rischiavo di diventare il tramite per la sofferenza di tutti i miei cari.
Ora basta con questi pensieri negativi.
Voglio tornare a vedere i volti delle persone con cui parlo, senza quelle orrende mascherine che coprono le espressioni e i sorrisi.
Non dobbiamo mai perdere la speranza di riuscire a liberarci di questo male in tempi brevi. Dobbiamo avere fiducia nella medicina e nelle istituzioni.
Nel frattempo, possiamo continuare a guardarci negli occhi, a sorridere con essi e a diffondere la speranza con un semplice battito di ciglia.
Matteo Lorini, Sesto Fiorentino.
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