lunedì , Gennaio 12 2026

Apnea di un giorno

5.20. Il suono della sveglia mi ricorda che devo alzarmi. Ma mi concedo ancora qualche minuto per assaporare il calduccio delle lenzuola prima di decidermi ad aprire gli occhi.

È un nuovo giorno? Suppongo di sì. In realtà questa nuova dimensione di vita mi ha regalato mezz’ora di calde lenzuola in più. Sì perché, prima dellʼEra Coronavirus, la sveglia del primo turno del mattino suonava alle 4,50.

Vedi Laura? Non tutti i mali vengono per nuocere.

Mi alzo un po’ frastornata e, come un topolino che percorre in modo ciclico e organizzato il labirinto della sua gabbietta, mi lavo, faccio colazione, mi vesto, mi trucco, poco, e mi accingo ad uscire. Ma stavolta si è aggiunta un ulteriore azione alla lista.

Indossare la mascherina e i guanti di protezione.

Protezione alla mia vita. Protezione alla vita di chi mi sta vicino. Protezione alla vita di chi amo.

È la nuova dimensione nella quale siamo stati catapultati come un fulmine.

Senza che nemmeno ce ne potessimo rendere conto. Proprio come una mamma al suo primo parto che si rende conto del gravoso e importante incarico solo quando quel cucciolo indifeso e piangente le viene messo fra le braccia.

Arrivo a lavoro attraversando una città deserta. Già mentre scendo di macchina vedo in lontananza altre colleghe che, premurose e, forse ancora di più, impaurite, indossano la stessa mascherina.

Ci dirigiamo, come tante formichine in fila nel corridoio, in attesa diligente del nostro turno, allo spogliatoio. Ora è diventato pericoloso stare vicini. Quello che da sempre è stato lʼemblema dellʼunione e dellʼamore. Il contatto. Ora è bandito. Dobbiamo stare distanti. Non più di tre per volta in uno spogliatoio che ospita più di novanta armadietti. Mi sento come un girasole in un campo di girasoli al quale viene chiesto di non guardare il sole.

Arrivano all’orecchio come un eco le notizie di altre colleghe che sono in quarantena. “Hai sentito? Anche Sabina. E pure Clara…”. Mi sembra di essere piombata fra le righe di un libro di Agatha Christie. “I dieci piccoli indiani” dove, ad uno ad uno, poco a poco, tutti i protagonisti vengono eliminati. Chi resterà fino alla fine?

Sempre con la mia mascherina mi dirigo in laboratorio. Sì perché è quello il luogo della mia seconda vita.

Almeno sei ore al giorno di sei giorni la settimana di venti anni di lavoro, li ho trascorsi in questo luogo. Sembrano quasi i mobili e gli accessori di casa. Mi conoscono più di me. Mi hanno vista ridere e piangere. Mi hanno sentita parlare e tacere. Tacere. Come ora. Perché la mascherina che mi salva la vita, per il momento mi impedisce di respirare. Gli elastici mi segano il collo e le orecchie. Il caldo dei forni mi fa sentire in apnea. Sei lunghe ore a respirare e inspirare anidride carbonica.

Perché la mascherina impedisce al virus di entrare nei tuoi polmoni ma anche lʼossigeno ha la strada sbarrata. Le guance si segnano e il naso che brucia perché il ferretto della mascherina lo stringe e lo struscia sacrificando la pelle. Mi muovo, mi piego, sudo, faccio fatica, corro, entro ed esco pure dalle celle, quelle fredde come la nostra incredulità. E il respiro si fa sempre più affannoso. Ma non puoi togliere quella mascherina che sembra voglia dimostrarti che l’unica maniera per salvarti la vita sia soffocarti. Devo anche urlare quando parlo con i colleghi o con i clienti perché il suono è ormai ovattato e arriva come da dentro un tunnel.

Finalmente è giunta la fine del turno. Potrò togliere la divisa. Anche le scarpe da lavoro. Anche la cuffietta.

No. Non ancora. Non mi è consentito respirare. La mascherina sembra fare parte di me ormai.

Esco, riprendo la macchina e torno a casa. A CASA. Quello è il luogo consentito. Sono regole che vanno eseguite. Prima di tutto questo, magari, ci faceva pure fatica uscire di casa. Prima sceglievamo, senza forzature, di stare a casa.

Ora è finito il periodo della scelta. La casa è il nostro baratto per la Vita.

Come se avessimo fatto un patto con Dio. “Se resti a casa ti lascio vivere”. Come se la vita chiusi in casa fosse realmente vita…! Ma questo è il patto.

Siamo stati così avidi da non apprezzare ciò che di meraviglioso abbiamo.

Dio ci ha voluto dare una lezione. Un insegnamento. E il bello è che ce lo meritiamo. E solo in pochi hanno capito che è un grande gesto di Amore. Perché chi ne uscirà sarà un uomo migliore. Sono in macchina e, anche se il termometro segna 16 gradi e il sole splende come non ricordo di averlo visto splendere mai, nella mia schiena corre un brivido di gelo.

La città sembra una città fantasma. Mi sembra di essere sul set di un film di Sergio Leone, nelle distese deserte dellʼArizona dove città fatiscenti fanno da tana agli indomiti pistoleri.

Arrivo a casa. Finalmente posso respirare. Mi disinfetto. Le mani, il viso. Mi metto la crema sui segni che tutte quelle ore di “mascherina salvatrice” hanno lasciato. Ho altre ore a disposizione prima che finisca di nuovo la giornata. Ma finisco per impegnarle sempre con le stesse cose. E così fra qualche minuto di riposo, qualche pagina di lettura, una ricetta nuova, le pulizie quotidiane e l’alternarsi fra luce e ombre nel trascorrere inesorabile delle ore, un altro giorno è passato. Come un carcerato. Si perde la cognizione del tempo. Non ci sono domeniche o sabati o giorni di festa. Tutto è piatto. Tutto scorre anonimo e lʼunica colonna sonora sono le notizie del telegiornale. Siamo tutti in attesa. Come i nostri nonni attorno alla radio che aspettavano il glorioso annuncio “ITALIANI, LA GUERRA È FINITA”.

La cosa tragica e surreale di tutto questo è che, mentre i nostri nonni hanno aspettato più di cinque anni per sentire quell’annuncio, noi siamo affondati in questo incubo da soli dieci giorni. E quando mi dico che sono dieci giorni in realtà lo dico ma non lo comprendo perché per me è sempre stato lo stesso giorno che si è ripetuto incessantemente. Nella sua assenza di vita. Questo mi fa capire quanto dessi per scontata la mia libertà e, ancora più grave, quanto dessi per scontata la mia vita e la mia capacità di Amare che, chiuse qua dentro, non servono più a nessuno.

Laura Baldi

#OLTRELAMASCHERINA

Hai delle storie che vuoi condividere? Inviaci foto, video, disegni o racconti a ufficio.comunicazione.interna@unicoopfirenze.coop.it

Le pubblicheremo sui nostri canali di comunicazione interna.

Guarda anche...

L’unione fa la forza

La lettera di ringraziamento di una nostra collega di Montecatini al proprio gruppo dirigente che …

Verificato da MonsterInsights