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Ciclo emotivo Covid-19

“Un eroe è un normale essere umano che fa la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze.”
(Joseph Campbell)

La notizia arrivò come un temporale d’estate. Furono tutti travolti da un acquazzone di paura, caos, incertezza, inquietudine, morte. Ormai non si parlava d’altro, la mente e i pensieri avidamente si nutrirono di dati, statistiche, teorie, opinioni, parole, parole, parole. Poi il lockdown, la quiete dopo la tempesta, una calma apparente consumata in solitaria all’interno delle proprie case mentre la lotta, quella vera e intensa tra eros e thanatos, si trasferì negli ospedali all’interno delle prime unità di emergenza.

Spuntarono i primi arcobaleni, i primi #celafaremo, #andràtuttobene. Iniziarono i cori dai balconi, le pizze fatte in casa, i cartelloni esposti dalle finestre, una voglia irrazionale di positività quasi a voler rimuovere, cancellare quello che stava accadendo. Un rito scaramantico, come quello utilizzato dalle tribù primitive per aggraziarsi il volere degli dei o propiziarsi i fenomeni atmosferici. Furono eretti totem digitali che ogni giorno aiutarono il traghettamento da una fase all’altra.

In mezzo a questo scenario, la prima ad arrivare fu Rabbia. Come un fuoco di paglia prese subito il sopravvento. Si scagliò contro i cinesi, contro il vicino di carrello della spesa, contro l’addetto del supermercato perché non riusciva più a trovare guanti monouso, l’alcol neanche a parlarne e il lievito divenne inaspettatamente il nuovo Santo Graal. D’altronde di fronte al pericolo non esistono mezze misure: o si fugge oppure non rimane altro che attaccare, finendo per far del male più a sé stessi che agli altri.

Rabbia lasciò quasi subito lo spazio a Paura che come un virus contagiò e invase tutto ciò che la circondava. Anche i semplici gesti quotidiani, come fare la spesa, divennero un’impresa immane: entrarono in scena i famosi decaloghi su come lavare le mani, le mascherine a nascondere i sorrisi e a mettere in risalto gli occhi smarriti e in cerca di conforto, i disinfettanti e i gel igienizzanti a simboleggiare il nuovo profumo di salvezza e le barriere in plexiglass per preservare e riparare il proprio spazio vitale. Il nuovo paradosso “vicini ma lontani” finì per assomigliare tanto alla famosa storia dei porcospini, che in una notte d’inverno dovettero trovare la giusta distanza, perché troppo vicini sarebbero arrivati a pungersi l’uno con l’altro, troppo lontani sarebbero morti assiderati. Arrivò un parametro vitale, la giusta distanza: 1,82 cm. Tutto fu trasformato in digitale: riunioni, allenamenti, lezioni, persino gli aperitivi. Si smaterializzò la nostra routine e presto Paura venne finalmente sedotta e sedata, rivolgendo così tutte le luci della ribalta su Tristezza. Arrivò alle porte della primavera, la sua stagione più odiata. L’attesa divenne la sua casa, il raggio di sole che filtrava dalla finestra le regalò quel tocco di malinconia che da sempre era sua amica e compagna prediletta. Si iniziò a parlare di recessione, messa a rischio dei posti di lavoro, crisi economica, calo delle vendite. Il cibo divenne l’unica arma a disposizione per combattere lo sconforto, cercando di riempire quel vuoto interiore che divenne giorno dopo giorno sempre più difficile da sopportare. Nelle cucine non poterono più mancare le patatine, il cioccolato, le zuppe già pronte, le scatolette di tonno, la farina e le uova. Si iniziò a fare scorta di tutto preparandosi ad ogni eventualità, perché come dice un detto ben conosciuto, al peggio non c’è mai fine.

Poi finalmente si iniziò a intravedere i primi segnali di reazione, era Gioia che stanca di essere bistrattata in un angolino, decise di farsi forza e reagire. Il tempo iniziò ad assumere una nuova veste, rallentando il suo ritmo e consentendo di riuscire finalmente a fermarsi per prestare attenzione a quelle faccende che da sempre si erano lasciate in disparte. Si ricercò il piacere nei piccoli gesti, si scoprì che anche gli occhi potevano sorridere e regalare uno sprazzo di luce nella vita degli altri. Si innalzarono dei nuovi eroi in carne e ossa che presto presero il posto di quelli patinati e abituati a popolare i palinsesti della televisione. Donne e uomini impegnati a lottare per salvare le vite messe in pericolo del ben rinomato, ma ancora poco conosciuto, Covid-19, anche a costo di mettere a rischio la propria incolumità. Forze dell’ordine che hanno dedicato la propria missione a difendere la sicurezza nazionale, facendo rispettare regolamenti e decreti, anche a costo di essere più temuti che amati. E poi ci sono tutti quelli che non hanno ricevuto la stessa risonanza mediatica dei primi, ma che hanno messo tutto il loro impegno e la loro dedizione per preservare una parvenza di normalità e riuscire a garantire un bene essenziale come la spesa quotidiana: gli eroi di Unicoop Firenze.

 

Federico Cuddretto

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